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Pavan Fratelli snc - Arte orafa
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Pavan Fratelli è tra le aziende orafe vicentine una delle prime nate (1956). Da sempre specializzata nell'arte sacra, opera in tutto il mondo, con tutte le carature richieste. In particolare produce zodiaci, medaglie, iniziali su lastra ecc...
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Ma non furono più equilibrate le posizioni dei maestri di spirito e di non pochi frati, quando (al tutto ignari delle necessarie conoscenze classiche) negarono l’evidenza dei fatti con il provvido aiuto che l’etica pagana stava offrendo alla Chiesa, quando bellamente disprezzarono i valori dell’hic et nunc e della ricchezza, e non vollero riconoscere il merito di chi fondava, o riadattava, i loro conventi, arricchiva le loro sacrestie di suppellettile sacra e gli altari di preziosissime pale (solo perché vi apponeva i propri stemmi), quando parlarono in termini di aspra critica dei mercanti ecc.
Antonio da Padova) e Maffeo Vegio, con il tempo, misero da parte gli studia per scrupoli morali; Aurelio Lippi Brandolini, finito tra gli Eremitani, li difese sempre; Coluccio Salutati ebbe atteggiamenti con larghe smarginature da un campo all’altro; preti furono Andrea Contrario, Giovanni Aurispa, Angelo Poliziano e Marsilio Ficino; vescovi furono Francesco Pizolpasso, Giannantonio Campano e Niccolò Perotti; cardinale fu Niccolò Cusano e papa fu Enea Silvio Piccolomini; a non ricordare l’opera di incoraggiamento e di mecenatismo esercitato da uomini integerrimi come i cardinali Giuliano Cesarini e Nicolò Albergati vescovo e cardinale di Bologna, Niccolò V lo stesso Eugenio IV, e Sisto IV fondatore della Biblioteca Vaticana.
Croce, lasciava 40 fiorini ai vari chiostri di Firenze, e ben 20 fiorini a un frà Antonio; a non ricordare una letterina deliziosa del Filelfo a Roberto Caracciolo, l’entusiasmo di Guarino per il suo alunno Sarteano, l’amicizia (sfociata, poi, in un odio viscerale) del Valla con il Raudense, le acri polemiche del Valla contro i frati e, in particolare, contro Antonio da Bitonto “vociferator egregius”, il confronto teso e al contempo composto di Poggio con il Sarteano, i contributi di frà Luca Pacioli alla evoluzione dei sistemi contabili e al calcolo matematico, quelli di Guglielmo Centueri da Cremona offerti alla politica e agli scrupoli di Gian Galeazzo Visconti, i rapporti del Capestrano con Francesco Barbaro, Niccolò Arcimboldi e Franchino da Castiglione, gli acri provvedimenti dei principi contro la predicazione del Tomitano (Firenze), Carcano (Milano), Capestrano (Europa Centrale).
E se gli umanisti furono troppo corrivi quando vollero, ad ogni costo, sostenere che gli studia humanitatis concordavano in tutto e per tutto con la morale cattolica, o tentarono per forza di attribuire alla mitologia un valore di simbolo che anticipava (e chiariva) aspetti della religione cristiana; essi non furono più illuminati quando dissero e ridissero che le humanae litterae avevano poteri elevanti, capaci di rendere, opere operato, moralmente rispettabile chiunque le coltivava, negando in tal modo l’evidenza dei fatti: prova ne sia che le loro velenosissime polemiche erano proprio, in gran parte, contro altri umanisti, accusati delle nefandezze più degradanti.
Ciò che sorprende lo storico dell’ordine minoritico è l’ampio spazio che veniva concesso agli individui per una conveniente definizione negli ambiti più consoni alla loro indole: frà Giovanni Giocondo da Verona poté dedicarsi all’arte e alla filologia, il Tomitano ai monti di pietà, Luca Pacioli alla matematica, il Centueri alla politica, il Raudense agli studia humanitatis, altri all’eremitismo, o stando a corte, a tutti, insomma, l’Ordine offriva un indirizzo e un aiuto perché nella vigna di Dio trovassero il loro appagamento.
Perciò quando da parte claustrale si ventilavano certi programmi ascetici volti alla demolizione del corpo, troppe volte ritenuto materia da decorticare per dare spazio all’anima, gli Umanisti uscirono allo scoperto con novità e modernità di accento, fino a precorrere i tempi e a difendere quello a cui oggi mai si rinuncerebbe.
L’umanesimo, stando alle testimonianze degli stessi protagonisti (laici questa volta) ebbe i suoi nemici dentro le sue file, e crebbe tra mille insidie e difficoltà: il disinganno sulle lettere espresso dall’Alberti, da Pico della Mirandola e da Antonio de Ferrariis ha la compostezza di chi si sente tradito da risposte non avute, dopo una lunga e generosa militanza nei ranghi della repubblica letteraria; ma la dissacrazione irridente e blasfema la si ha con l’Aretino ne Il filosofo: a chi entra per dire a Plataristotele che un asino, introdottosi nel suo studio e postosi sui libri, “ci ha fatto suso i fatti suoi”, il personaggio risponde sarcastico:” or va, facci anco i tuoi per dispetto”! Eppure, a ben riflettere, umanisti e maestri di spirito non potevano procedere, sempre e dovunque, d’amore e d’accordo, perché c’erano troppe aree conflittuali tra le due sponde, e le polemiche non avvenivano solo perché il latino dei Mendicanti era ispido e indigesto (parisinus) e quello degli umanisti ciceroniano (o tale essi volevano farlo credere); tra i due gruppi le rivalità e gli scontri datavano da parecchi anni, anzi avevano preceduto l’umanesimo: Guido Vernani da Rimini (domenicano), pur senza nominarlo, aveva irriso Dante con una supponenza oggi inimmaginabile (l’Alighieri era un ‘garrulus’ che ‘fatuizat’, ‘iste inferius homo’, e il De monarchia era “opus… cum suo auctore publice ignibus esse tradendum”), ma non erano state molto diverse le posizioni di Agostino Trionfi d’Ancona, Agostino Favaroni (entrambi Eremitani), e quello del minorita Guglielmo Centueri, per non ricordare l’intempestivo Savonarola (“su’ pergami non si predicava Cristo, ma eranvi introdocte poesie e Dante e cose frivole”); però nel Quattrocento alle antipatie personali, o limitate a questo o a quel tema, fece seguito un qualcosa di più ampio e deciso, e si dibatté, con forza di accento e radicalismo di posizioni, la stessa liceità del ritorno sui classici visti da un lato come un’occasione certa di perdizione, e dall’altro considerati i maestri più qualificati dell’individuo.
Altra amenità su cui è il caso di riflettere è quella di far passare gli umanisti per nemici giurati dei frati, con i quali, anzi, molti di essi ebbero rapporti di stima e di collaborazione, se non di amicizia vera e propria; le loro accuse contro i Mendicanti (e dalla ricostruzione dettagliatissima del Dibattito non risultano affatto essere frutto di malignità, o di perversa fantasia) sono giuggiole se le si mettono a confronto con gli acidi programmi che volevano attuare i cardinali; si rileggano, pertanto, le critiche di Jacques da Vitry sul loro conto nelle lettere (in particolare quelle del 1216 e del 1220 – 21), nella Historia occidentalis e, soprattutto, nei Sermones ad Fratres Minorum; a noin voler ricordare i confronti furiosi registratisi a Costanza tra Mendicanti e padri conciliari (vedi l’estremismo del cardinale Pierre d’Ailly affidato alle carte del De reformatione ecclesie), a Basilea e nel concilio lateranense (1517) quando Egidio da Viterbo, generale degli Agostiniani, denunciò che l’establishment voleva distruggere i Mendicanti (“concilium et qui apud pontificem omnia possunt et agunt decrevere ordines mendicantium emendare”; “magna enim atque horrida nos invasit tempestas, episcoporum impetus in Lateranensi concilio in nos et mendicantes omnes iam triennio saevit”; “concilium episcoporum totis, ut aiunt, nervis insurgunt ut nos et mendicantium nomen aut deleant au insectentur”).
Il Dibattito ripropone dovunque il bouquet del francescanesimo, e qui si penserebbe agli umanisti Alberto da Sarteano, Lorenzo Guglielmo Traversagni, Antonio da Rho, Giorgio Benigno Salviati, ai predicatori Bernardino da Siena, Bernardino da Feltre, Antonino da Bitonto, Capestrano, Francesco Insegna, Giacomo della Marca, o Roberto da Lecce, agli autori dei confessionali e a quanti scrivevano lettere di direzione spirituale, e questo è pur vero; ma il francescanesimo cui io qui alludo è quello della folla anonima di frati, i cui poveri codici si sbriciolano se non li tratti con mille attenzioni mentre con gli occhi avidi li vai scorrendo; il francescanesimo più desueto è quello dei rapporti di Gasparino Barzizza con un frà Prosdocimo, di Poggio che in una lettera a Iacopo Bracelli gli citava uno storico francescano, che scriveva a frà Francesco da Pistoia, e che nel testamento, ratificato alla presenza dei frati di s.
Archivium franciscanum historicum - (gennaio giugno 1998)
Guidi ha le carte in regola per essere preso sul serio: la ricerca, infatti, poggia su una serie di riscontri che si può più ammirare che riproporre; a far parlare i numeri si rilevano, oltre alle 5238 note, le 162 sigle (quasi tutte si riferiscono alle abbreviazioni dei periodici consultati, e in bello spicco ci sono, ovviamente, quelli francescani d’Europa e d’America); gli incunaboli (alcuni in esemplare unico) sono 56, i manoscritti 596, e 92 le colonne che costituiscono l’indice dei nomi.
Erano loro a prendere parte alle guerre contro la Mezzaluna (e il ricordo corre, naturalmente, al Capestrano sotto le mura di Belgrado, o a Francisco Jiménez de Cisneros ad Orano, o a Giacomo della Marca pregato dall’imperatore di seguirlo in battaglia, con un manipolo di frati “ad confortandum inibi rore spirituali populi Christianum”), erano loro a tessere le fila sottili dei rapporti diplomatici tra una corte e l’altra, erano loro i questori delle indulgenze da una parte all’altra dello scacchiere europeo, così come erano sempre loro a correre dai luoghi santi a s.
Il “Dibattito” è un’opera nuova L’Autore è giunto a quest’opera dopo una lunga preparazione (i cinque volumi sugli Aspetti religiosi nella letteratura del ‘400, uscirono tutti dall’editrice francescana di Vicenza, LIEF, tra il 1973 e l’83), e il compianto padre Alberto Ghinato in una esemplare recensione comparsa su Frate Francesco (cf.
L’umanesimo va riformulato? C’è ancora spazio per uno studio sull’Umanesimo? La domanda potrebbe essere retorica, perché dovunque c’è stata grande cultura le indagini non finiscono mai; ma quando si pensa alla mole impressionante di libri e periodici che orbitano attorno a questo movimento, si ha più di una ragione per ritenere che le nicchie disponibili per un intervento qualificato siano estremamente ridotte, e, a dirla con graffiante sincerità, chiunque interviene in questo campo, e non ha le carte in regola, rischia davvero una ben magra figura.
Croce; la storiografia apologetica di Giovanni Dominici, antica e moderna, sembra evitare di prendere in seria analisi il suo voltafaccia con Gregorio XII, le forti riserve su di lui espresse da Leonardo Bruni, le accuse urticanti rivoltegli dalla Cronaca attribuita al Minerbetti e le altre contenute nella dissacratoria Epistola diaboli trasmissa Ioanni Dominici.
Questi sono dati di fatto da cui in futuro non si dovrebbe più prescindere, perché se Poggio Bracciolini e Leonardo Bruni denunciarono l’ipocrisia dei Mendicanti, questa accusa non risultava nuova nemmeno a s: Francesco (“licet dicantur hypochritae no tamen cessent benefacere”, come si legge nella prima Regola); se Lorenzo Valla ‘scomunicò’ tutti gli ordini claustrali con il De professione, riservando particolare acredine ai Francescani, lo fece senz’altro per inserirsi, da buon cortigiano, negli obiettivi politici perseguiti dal ‘religiosissimo’ Alfonso d’Aragona, ma va anche detto che nei chiostri si respirava un’aria per nulla edificante, e non perché così volle l’anticlericalismo dei litterati, ma perché così ha documentato la voce stessa degli interessati: si vedano dunque, le mille e mille colonne del Bullarium francescano(redatto in non piccola parte proprio dagli umanisti i quali, dunque, sapevano bene quello che bolliva in pentola) e il corrispettivo materiale dei Domenicani raccolto nel tomus III ab anno 1430 ad 1484, ma non si dimentichino le sconvolgenti memorie dei Traversari (Hodoeporicon) e le altre, se possibile, ancora più impressionanti del vescovo Atanasio Chalkéopulos sul degrado dei 78 monasteri ‘greci’ visitati in Calabria; si vedano le denunce contro i Domenicani firmate dal confratello Giovanni Caroli, e le lacrime versate da Pietro Delfin, generale camaldolese, sul naufragio dei suoi monaci; se poi non si dimentica che i trasfughi dai conventi francescani, smaniosi di approdare presso Ordini meno severi fecero scrivere ad Eugenio IV una bolla “pro conservatione ordinis Minorum”!, si dovrebbe ammettere che non era facile capire cosa realmente accadesse nei chiostri nel secolo XV (la situazione delle Clarisse l’autore la studia a parte in un paragrafo del capitolo VI), né era affatto facile porvi rimedio.
La densità e il numero delle note non è il prodotto della vanità, ma l’obbligo di documentare una riformulazione e dell’umanesimo e della storia stessa dei Mendicanti, che in modo diverso non appariva credibile; pertanto non è più proponibile da parte dei claustrali un discorso generalizzato sul paganesimo umanistico, sull’ateismo di Carlo Marsuppini, sull’odio viscerale di Poggio contro gli Osservanti e altre amenità; dall’altro versante sarà da auspicarsi che una parte della storiografia francescana prenda visione, se non proprio di quello che, a suo tempo dissero gli umanisti sul conto dei Mendicanti, almeno di quanto è registrato nei tomi del Bullarium, per non leggere più deprimenti topoi non più credibili dopo aver preso visione del Dibattito, per cui la stessa verbosa ricostruzione operata da Duncan Nimmo (Reform and Division in the Franciscan Order) finisce per mostrare la corda, per angustia di sostegni bibliografici, difficoltà di ricorrere alle fontiin modo diretto, e a capacità di spaziare all’esterno dei fatti per inserirli nella vasta dinamica da cui scaturivano, e che andava pur ricostruita per renderli intelligibili.
Li allertò il continuo ritorno degli Umanisti sulla autonomia degli individui, e la difesa ad oltranza della cultura classica non illuminata dalla Redenzione, come se stessero a rimpiangere un’epoca in cui i teologi non ponevano tenaci pastoie alla ricerca e alla sperimentazione; li misero sul chi vive, inoltre, gli ammiccamenti ad un codice morale forte dei diritti di natura da non esorcizzarsi in modo improvvido, per non mettere un dissidio insanabile nelle coscienze; né ben si capiva se il richiamo alla natura fosse dettato dal proposito stoico di muoversi negli ambiti di ragione, o dal desiderio di difendere gli impulsi più immediati e poco nobili, perché incoercibili e irrazionali.
Ci fu, inoltre, da parte dei Mendicanti una vera incapacità di riconoscere ai laici un loro status dignitoso e aperto alla perfezione, così come la potevano raggiungere i claustrali; troppe volte, mentre tutti vedevano le mediocrità dei religiosi i maestri di spirito insistevano sulla supremazia della vita religiosa su tutte le altre scelte possibili di impiego (era meglio lavare una scodella nel convento che essere re, asserì Niccolò da Osimo; altri sostennero che il matrimonio non era affatto una cosa sacra, ma simbolo dell’unione tra Cristo e la Chiesa, e che ufficio dei coniugi era procreare gente a cui poi mettere il saio); nota è la loro ostinazione a non riconoscere il diritto allo svago, al tempo libero, alla caccia, al ballo, al gioco (Giacomo della Marca, in una predica, elencò 42 peccati mortali che vi si potevano commettere); l’avversione programmatica a ogni tipo di piacere (ascoltare con diletto il canto liturgico in chiesa era peccato a giudizio di s.
Ma proprio a Niccolò Machiavelli, allora bisognerà trovare un’origine diversa al disorientamento, o allo sconforto, assai diffuso nelle carte del Quattrocento, e da cui poté nascere una pietà con sigle di composta e dolorosa certezza della propria miseria, oppure una espressione devozionale ai limiti del fanatismo superstizioso e innaturale (al riguardo si legga nel Dibattito la pagina 1193 che qui ho riproposto).
Il volume, inoltre, fa giustizia di una pletora di luoghi comuni, tra cui quella ripetutissima sull’ignoranza dei frati, con il solo soccorso dei documenti, mai offrendo il fianco alla polemica, e riportando tutto sul rigore delle carte d’archivio e di una straripante e vigilata bibliografia.
Era, dunque, molto probabile che gli Umanisti e Mendicanti finissero per confrontarsi, e anche incontrarsi, su più di un problema; e se le magistrature laiche furono sottoposte, in teoria, a una consapevole clericalizzazione da parte degli umanisti, qui ci si potrebbe spingere oltre: infatti il persistere di una simile tradizione finì per introdurre nella politica, e, dunque, nella storiografia del secolo XV, delle esigenze morali che sarebbe stato difficile disattendere, visto come l’ignorarle (o il contestarle) non significava più infrangere una moda, ma contraddire un principio fattosi vincolante per altezza di consensi e vetustà di consuetudine.
valutazione: contenuti: arte sacra a vicenza
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2004 - - Collezione di Arte Sacra Seminario Arcivescovile (TP).
Curriculum
2003 - Arte" Salone Nazionale d'Arte Contemporanea Bari.
I suoi interessi nel campo dell’arte non si limitano alla sola pittura ma si estendono alla fotografia, alla musica, alla poesia (pubblicazione nel 1997 della silloge ed.
1979 - 3° Premio Regionale d'Arte Figurativa e Grafica Locogrande (TP).
2003 - Personale alla Galleria Tartaglia Arte Roma.
2003 - sfida dell'Arte" - Galleria Gradiva Arte Messina.
it Presente sui seguenti portali e siti d’arte: Tiscali Arte.
Attualmente insegna Arte e Immagine, Informatica e Tecnologia dell'Informazione e della Comunicazione presso l'Istituto Comprensivo.
Nato a Trapani l’1 giugno 1965, giovanissimo inizia la sua esperienza artistica e, come documentato da un articolo del Giornale di Sicilia, partecipa alla sua prima collettiva già nel 1978.
2004 Calendario d’arte Gradiva Arte (mese di aprile).
2004 Diart Collezione di arte contemporanea (in catalogo).
2004 Incaricato come Esperto in Informatica e Storia dell’Arte per il progetto ai Centri Territoriali Permanenti di Patti (ME).
2003 - Collettiva Le carte da gioco siciliane” via Lepanto (Messina).
2005 - Collettiva un mare di moda e d'arte” - Messina.
Mostre ed esposizioni 1978 - 2° Premio Regionale d'Arte Figurativa e Grafica Locogrande (TP).
2002 - - Salone d'Arte Moderna - Forlì Fiera.
2004 - Manifestazione Mille Vetrine Calendario d’Arte Messina.
1996 Docente di Educazione Visiva presso l’Istituto d’Arte.
Opere in permanenza Galleria Tartaglia Arte Roma Galleria Gradiva Arte Messina Galleria Studio 2 (Faenza) Galleria Greco Arte (Bari) Collezione degli artisti trapanesi a Toronto Canada DiArt Collezione d’arte sacra contemporanea Seminario Arcivescovile Trapani Santuario SS.
2005 - - Salone d'Arte Moderna e Contemporanea - Reggio Emilia.